La montagna è un ambiente affascinante, luminoso, spesso silenzioso, ma anche molto diverso da quello a cui i nostri occhi sono abituati nella vita quotidiana. L’aria diventa più sottile e più secca, il vento aumenta, il sole è più diretto, e la neve, se presente, riflette la luce con un’intensità notevole. Molte persone si accorgono di questi cambiamenti solo quando avvertono bruciore, arrossamento o fastidio agli occhi. Altre, invece, non immaginano che alcuni disturbi tipici dell’alta quota siano legati proprio al modo in cui l’ambiente montano influisce sul film lacrimale e sulla superficie oculare.
Secchezza oculare: il disturbo più comune
Uno dei problemi più frequenti è la secchezza oculare. In quota l’aria contiene meno umidità, e questo favorisce un’evaporazione più rapida delle lacrime. Per gli occhi significa perdere una delle loro protezioni principali: una pellicola sottile che li mantiene lubrificati, protetti dalla polvere e confortevoli durante le attività quotidiane. È una condizione molto comune e ben documentata anche negli studi scientifici. In Ladakh, per esempio, una regione dell’Himalaya indiana situata a oltre 3300 metri, la secchezza oculare è stata osservata in circa un individuo su cinque, una percentuale doppia rispetto a quanto rilevato in pianura. E tra i residenti, che sono esposti ogni giorno a quel clima, la prevalenza sale addirittura oltre la metà della popolazione.
Bruciore, prurito, sensazione di sabbia negli occhi e vista che si appanna dopo un po’ di attività sono spesso i primi segnali, che tendono a peggiorare se il vento soffia forte o se si trascorre molto tempo all’aperto.
La "cecità da neve" o cheratite attinica
La cheratite attinica è una condizione meno nota, ma molto più spettacolare nei suoi effetti, manifestandosi con la cosiddetta “snow blindness”, la cecità da neve. Si tratta, in realtà, di una scottatura della cornea causata dall’esposizione intensa ai raggi ultravioletti. La neve li riflette quasi completamente, aumentando enormemente la quantità di radiazione che raggiunge gli occhi. A differenza dell’occhio secco, la cheratite attinica non dà fastidio subito: i sintomi compaiono dopo diverse ore dall’esposizione e possono essere davvero intensi. Le persone descrivono un dolore vivo, lacrimazione continua, fotofobia e la sensazione di non riuscire a tenere gli occhi aperti. È una condizione temporanea, che si risolve da sola in uno o due giorni, ma può essere talmente invalidante da impedire di proseguire un’escursione o anche solo di orientarsi correttamente. Gli studi mostrano come i raggi UV aumentino rapidamente con la quota e come la cornea, pur agendo normalmente da filtro naturale, possa andare incontro a un vero e proprio danno fotochimico quando la radiazione è troppo intensa.
L’alta quota può influenzare gli occhi anche in modi meno evidenti. A quote molto elevate, sopra i 3.500–4.000 metri, sono stati documentati piccoli sanguinamenti retinici, spesso asintomatici ma indicativi dello sforzo a cui il corpo è sottoposto in condizioni di ipossia. Queste “retinopatie d’alta quota” tendono a risolversi spontaneamente al rientro, ma rappresentano un campanello d’allarme utile anche ai medici, perché in alcuni casi si associano al rischio di mal di montagna più severo. Anche la cornea può modificarsi leggermente: aumenta il suo spessore, un cambiamento impercettibile per la maggior parte delle persone ma rilevante per chi si è sottoposto a interventi come LASIK o radial keratotomy.
L’uso delle lenti a contatto, poi, merita una piccola parentesi. Se già a valle può richiedere attenzione, in alta quota diventa ancora più delicato. La secchezza dell’ambiente e le difficoltà nella manutenzione aumentano il rischio di irritazioni e infezioni. Per questo molti esperti consigliano di limitarne l’uso, preferendo gli occhiali durante escursioni lunghe o in condizioni particolarmente ventose o polverose.
La prevenzione come alleata
Cosa possiamo fare, quindi, per proteggere i nostri occhi in montagna? La risposta sta soprattutto nella prevenzione. Gli occhiali da sole, a queste altitudini, non sono un accessorio estetico ma un vero dispositivo di protezione. Devono filtrare al 100% i raggi UV, aderire bene al viso ed essere adatti alla neve o ai ghiacciai. Le lacrime artificiali possono essere utili per mantenere il film lacrimale stabile, soprattutto se si ha la tendenza alla secchezza, mentre un cappello con visiera contribuisce a ridurre la quantità di luce diretta che raggiunge gli occhi.
Alcuni segnali da non ignorare: se in montagna compaiono dolore intenso, calo della vista, forte fotofobia o sintomi che non migliorano con il riposo, è importante fermarsi e, se possibile, consultare un medico. La maggior parte dei disturbi legati alla quota è transitoria e benigna, ma è sempre meglio proteggere gli occhi e ascoltare il proprio corpo.
Con qualche accortezza e una buona consapevolezza, il benessere degli occhi può accompagnare ogni passo, ogni salita e ogni sguardo sul panorama.
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